Mr. Moroder da qui all'eternità
Noi tutti conosciamo persone che storcono il muso nel sentir parlare di discoteca e musica per ballare, o di altri generi musicali cosiddetti "diffamati". Da ex deejay ma anche da speaker radiofonica e appassionata osservatrice del mondo musicale, ho passato decenni a tentare di diffondere e condividere il contrario. A convincere i sospettosi e gli snob che la dance music è la dance music, che ha fatto divertire e ballare il mondo intero, e che anche in questo genere musicale dobbiamo fare i conti con la qualità, il talento, ma anche con l'improvvisazione e le cialtronerie commerciali.
Gli adolescenti pensano che
divertirsi vuol dire riunirsi con gli amici, ascoltare
la musica che significa qualcosa per tutti. Per
loro la discoteca è solo un banale passatempo, mentre l'ossessione per l'auto rimane lo status quo per eccellenza, e i loro
sogni risultano sempre esclusivi, non necessariamente in linea con le sfigate truppe illuminate e accecate dalla mirrorball. Siamo
cresciuti nella convinzione che la discoteca fosse la terra del nulla, ma solo perchè la maggior parte delle volte la
saggezza è sempre di seconda mano.
Quando affermo che Giorgio Moroder è stato il primo a
produrre un LP interamente digitale stampato in analogico (E=mc2) 1979 , col solo uso del sintetizzatore, non significa necessariamente che
la sua musica sia "sintetica, finta". In realtà, se non altro, alla luce della
maggior parte di ciò che si ascolta oggi, è una piuma luccicante sul cappello. La musica, a scapito di tutto il resto, in genere non crea dicotomie collettive e generazionali, semmai essa accomuna perchè è fluida, performante nel tempo. Per molti, la musica ha invece un'identità più astratta,
oscurata da pregiudizi ereditati e non un sentire intimo e personale.
Giorgio Moroder, l'autodidatta di Ortisei, privo di formazione musicale, è diventato uno dei grandi architetti della dance-music, nonché uno dei compositori italiani più influenti di sempre nella storia del pop internazionale. E' un caso interessante perché esce dal pre-concetto "la disco fa schifo",
si è spinto al punto di progettare personalmente il suo
studio. Come i Kraftwerk, si era interessato alla possibilità di usare la musica elettronica nel pop, e con il partner storico Pete Bellotte, ha creato
una delle partnership più influenti e produttive di maggior successo degli anni '70.
Nei Musicland Studios a Monaco di Baviera, in Germania, la coppia ha realizzato la sua pretesa ambiziosa: grande fama, fare dischi per Donna Summer, oltre che con Sparks, Blondie, Bowie, Bonnie Tyler, Freddie Mercury, Daft Punk, Adam Ant, Berlin, Pat Benatar, tra decine e decine di altri artisti e colonne sonore di film. Il suo ruolo in studio non si limitava mai a quello di producer ma da vero artigiano della musica. Lui ha usato una tecnologia d'avanguardia e il proprio ingegno per fare musica oltre la sua epoca (e non solo), come pochi artisti facevano.
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| Giorgio Moroder |
"From here to eternity" è il suo terzo LP personale, ed è un diamante per gli storici da
discoteca, e una pepita perfetta di musica dance per tutti gli altri, con l'unico
l'obiettivo di rendere felici le persone per qualche ora sotto la luna, tramite un beat tutto euro-centrico, electro
beats e cori angelici di vocoder-ized . E questo è il trucco: non ci sono mai stati dei veri cori. Il primo lato del disco è una continua evoluzione, in perenne mutazione, una suite suite
che pone la domanda: "ma questa è davvero musica pop? Forse no, è solo una
delle prime visioni di quello che sarebbe diventato l'electro-pop per una
generazione di ascoltatori che non hanno necessariamente bisogno di
messaggi, ritornelli o ganci immediatamente orecchiabili per divertirsi.
Naturalmente, dato che l'album si apre con una così lunga suite,
si ascolta meglio in immersione, con l'intenzione di perdersi per un po'.
La title track pompa a cassa dritta i suoi
4/4 durante tutto il brano, con il distintivo doppio binario di Moroder e un tappeto di cori sintetici
disincantati. Un pesante contraccolpo per l'ottimismo sconfinato e l'idealismo degli anni '60, che all'improvviso sembrava del tutto inadeguato. Era più che perfetto, era un vortice di sonorità mai ascoltate prima, dal quale era impossibile sottrarsi. "Lost
Angeles", con un semplice motivo synth e armonie vocali sorprendenti per
impartire il suo slancio. "Utopia Me Giorgio" è più lussureggiante,
con una linea di basso che filtra e accompagna lunghi cori gotico-malinconici.
La seconda metà di "From here to eternity", un reprise di 4 minuti, perde un po 'della sua carica,
se non altro per la sua convenzionale struttura. Eppure, l'intro vocoder oscuro e crescente di
armonie soprano durante il ritornello di "I'm left, you're right, she's gone" è un esemplare interessante della linea musicale moroderiana, e soffre solo quando lo si confronta al
suo lavoro con Donna Summer in quello stesso periodo: David Bowie ricorda l'entusiasmo di Brian Eno, che entrò in studio brandendo in mano il 7" di "I feel love" dicendo "ho appena sentito il suono del futuro!". "Faster Than the Speed of Love", "First Hand Experience in Second Hand Love", e "Too Hot to Handle" mantengono quella vivacità e forza ritmica con sempre al centro la drum machine, il sinth e il vocoder. E allora, se è questa può essere considerata la "dance che fa schifo", anche per le rockettare come me, vuol dire che all'utilizzo di pregiudizi e di ideologie
per giudicare questa musica, di solito manca il punto centrale. E per me va bene cosi!
Giorgio Moroder ci lascia un'eredità musicale enorme, che ha poi influenzato svariati generi musicali. Sia per il lavoro pionieristico
degli anni 70, sia per le produzioni successive. Un patrimonio da custodire, da qui all'eternità.
di Laura Denu
di Laura Denu
